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Giorgio Vacchiano: <>

Global warming. In futuro, in che modo bisognerà gestire e preservare le foreste?

Come molti di voi sanno, questo “pazzo” autunno è stato caratterizzato da temperature ben oltre la media e da numerose perturbazioni, che hanno creato danni ingenti in buona parte dello stivale da nord a sud. A farne le spese sono state le strutture, gli stabilimenti balneari lungo le coste, gli edifici pubblici e privati ma anche e, soprattutto, i boschi del nord-est e gli alberi nelle città, riconosciuti strumenti fondamentali per mitigare le ondate di calore, il dissesto idrogeologico, la raccolta delle acque piovane. Alberi che, con il cambiamento del clima, sono e saranno sottoposti molto più rispetto al passato, a stress dovuto ad una maggiore forza dei venti e a fenomeni temporaleschi più intensi.

Per questo motivo è diventato, oggi più di ieri, importante salvaguardare il patrimonio arboreo delle nostre città affinché non si verifichino cedimenti improvvisi che possano causare il danneggiamento di cose, la morte o il ferimento di persone e animali. Dunque, come andranno gestiti in futuro gli alberi negli agglomerati urbani e le foreste?

 

Ne abbiamo parlato con Giorgio Vacchiano, ricercatore torinese presso l'Università di Milano:

 

  1. Il maltempo delle scorse settimane ha abbattuto moltissimi alberi in tutto lo stivale, tra cui una foresta in Trentino. Quali sono i fattori che hanno reso più fragili gli alberi?

 

Principalmente il vento stesso. E' quasi impossibile che un albero regga l'urto di raffiche superiori ai 200 chilometri orari, indipendentemente dalla specie, dall'età o dalle dimensioni. L'abete rosso è una specie più sensibile al vento a causa del suo apparato radicale superficiale, e le piogge straordinariamente hanno inzuppato il suolo e diminuito la sua resistenza. Ma il vento si è incanalato nelle valli e, incontrando sulla sua strada versanti più inclinati o crinali, ha creato turbolenze fortissime, che hanno causato quasi il 100% di danno agli alberi esistenti: abeti rossi, abeti bianchi, larici (notoriamente la specie più "forte" e meglio attrezzata a resistere al vento), faggi. E' possibile però che le giovani piantine, abbiano resistito alle raffiche, piegandosi. Oggi sono quasi invisibili dalle foto delle zone colpite, spesso coperte dalle cataste di tronchi abbattute. Ma la foresta, le foreste ritorneranno. La rinnovazione è cruciale per garantire il futuro della foresta: lì dove è già presente, così come quella che potrà svilupparsi a partire dai semi dispersi dalle piane delle zone sopravvissute (nessuna foresta è stata danneggiata su tutta la sua estensione). Se esistono aree abbattute di grande estensione, dove la ricostituzione naturale per mezzo dei semi rischia di essere troppo lenta per le esigenze dell'uomo (ad esempio a stabilità idrogeologica dei versanti), si può intervenire piantando nuovi alberi. Ma con cautela e molto studio, perché occorre tener conto delle condizioni climatiche che questi nuovi alberi dovranno affrontare nel prossimo futuro, e proteggerli dal morso dei cervi. L'esperienza ci insegna che rimboschimenti fatti non a regola d'arte producono solo uno sperpero di risorse e vengono presto superati in sviluppo e vigoria dalla rinnovazione delle specie che si insediano spontaneamente.

 

  1. Ci sono dei rimedi per rendere più resistenti gli apparati radicali degli alberi che crescono sia nelle città che nelle foreste?

 

Occorre anzitutto valutare il pericolo di schianti da vento, sia nelle città che nelle nostre foreste. In ambito urbano gli arboricoltori e i dottori agronomi e forestali hanno a disposizione strumenti avanzati per valutare la vulnerabilità degli alberi, in base alla forma della chioma, alla qualità del fusto e a piccoli ma eloquenti segni di instabilità. L'analisi si può spingere fino a eseguire una "ecografia" al fusto per verificare la presenza di eventuali marciumi del legno, che ne indebolirebbero la resistenza. Stiamo inoltre testando dei simulatori fisicamente basati, in grado di modellare al computer la forza del vento e la resistenza opposta dall'albero, per valutare la probabilità di danno associata a venti di diversa intensità. La misure di gestione più importante è evitare i danni alle radici, causati dal frequente calpestio dei veicoli o dalle opere di scavo, che possono diminuire la resistenza della pianta anche di un terzo. Anche le potature devono essere attente e eseguite da mano esperta, per dare alla chioma che si svilupperà dopo l'intervento una forma più aerodinamica possibile, evitando invece lo sviluppo di rami lunghi e fragili come quelli che nascono dopo una intensa capitozzatura. Nelle foreste, invece, non si interviene sulle radici né si eseguono potature, ma si può aiutare l'albero a formare una chioma dalla forma equilibrata modificando le condizioni generali della foresta. Un diradamento graduale, che seleziona le piante più robuste e elimina le loro concorrenti, nel giro di qualche anno può indurre gli alberi scelti a irrobustire il loro legno e sviluppare una chioma simmetrica e dal baricentro basso. Dove il bordo della foresta è particolarmente esposte ai venti, è possibile creare una transizione graduale tra le aree aperte e il bosco, evitando i margini netti dove gli alberi esterni sarebbero troppo esposti al vento frontale. Infine, poiché piante sane sviluppano radici più ampie, è indispensabile aiutare le foreste ad adattarsi ai cambiamenti climatici, che sono più veloci della capacità naturale di risposta degli ecosistemi: un bosco indebolito dalla siccità è certamente più vulnerabile a pericoli naturali come schianti da vento o incendi.

 

  1. Quali sono i problemi che incorreranno in futuro le valli del nord-est, dato che moltissimi alberi sono stati abbattuti?

 

Il problema più urgente è la stabilità idrogeologica. Gli alberi abbattuti possono essere un pericolo se vengono trasportati nell'alveo dei torrenti, dove possono essere trascinati a valle e creare danni in occasione delle piene. Qui i tronchi andrebbero rimossi. Inoltre, i versanti che resteranno scoperti dopo le operazioni di rimozione del legname saranno più soggetti al distacco di valanghe e di frane superficiali. In questo caso, il legno abbattuto può essere un freno a questi pericoli, anzi esistono esperienze dove il legname a terra è stato utilizzato per creare opere di difesa dei versanti in legno, secondo le tecniche dell'ingegneria naturalistica. Il secondo pericolo si manifesterà in primavera-estate, quando i Coleotteri Scolitidi, insetti che si nutrono del legno di abete rosso, troveranno nei fusti abbattuti un ottimo terreno per svilupparsi. Il rischio è quello di una pullulazione che potrebbe danneggiare anche le piante sane intorno alle aree colpite dal vento. L'esperienza dei colleghi svizzeri, che hanno affrontato ben due tempeste molto più intense di questa negli anni '90, può aiutarci a capire dove e come prevenire questo problema, scortecciando o asportando una parte degli alberi abbattuti. La terza difficoltà è di natura socio-economica. Quasi tutti i boschi abbattuti erano soggetti a pianificazione forestale (caso raro in Italia), che significa che i proprietari avevano programmato insieme ai tecnici forestali una gestione del bosco eco-compatibile, ma al tempo stesso produttiva, per i prossimi 20-30 anni. Ora i proprietari dei boschi, cioè molto spesso i Comuni, rischiano di perdere i proventi della gestione forestale sostenibile che avevano correttamente pianificato, con seri danni al loro bilancio, alle risorse disponibili per i servizi pubblici, e all'occupazione nell'indotto forestale. IL bosco certo ritornerà, ma bisognerà attendere diversi decenni perché i nuovi alberi raggiungano l'età adulta. Anche recuperare gli alberi abbattuti richiederà molto tempo, con il rischio che il legno si degradi e perda quasi tutta la sua capacità di essere lavorato, e quindi il suo valore. Occorre quindi mettere subito in campo iniziative per supportare la logistica: coordinamento delle squadre di lavoro in bosco e delle segherie, anche da altre parti d'Italia; individuazione di grandi spazi per stoccare il legno sgomberato senza che si danneggi ulteriormente; incentivi a compenso del mancato reddito per i proprietari; incentivi all'acquisto del materiale proveniente dagli schianti rispetto a quello proveniente, ad esempio, dall'estero. Alcune di queste misure stanno effettivamente iniziando ad essere intraprese, come l'iniziativa di PEFC di creare un marchio per il "legno delle tempeste" e di attivare una "filiera solidale" in cui gli operatori si impegnino ad acquistare il materiale di questa provenienza.



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